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Genova, per me

19 Luglio 2021

Nel 2001 io ero un quindicenne disabile che viveva il G8 di Genova tra media indipendenti e non. Genova per me rappresenta una scintilla, quella scintilla che innesca la necessità (la mia necessità) di metterci la faccia, la necessità di dover fare qualcosa per provare a cambiare questo mondo.

A Genova, 20 anni fa (mi viene un brivido a pensare che sono già passati 20 anni), si radunarono 300.000 persone per contestare gli 8 grandi della terra e le loro politiche.
Migliaia di persone, di associazioni ambientaliste, pacifiste, le ONG, il mondo cattolico, della galassia marxista (compreso quello che sarà il mio partito per tanto tempo, il partito della rifondazione comunista insieme ai giovani comunisti) e dei centri sociali si riunirono nel Genoa Social Forum e sottoscrissero un patto di lavoro nel quale enunciarono presenti le politiche alternative a quello che avevano individuato come il loro nemico comune: un modello di sviluppo basato su un’ideologia del mondo che mette al primo posto i profitti, l’economia e la finanza, comunemente chiamato neoliberismo.

A questo “nemico” si voleva contrapporre un’altra idea di globalizzazione, quella dei diritti. Clima, migrazioni, la tassazione sulle transazioni finanziarie (Attac nacque proprio in quei giorni ), la marcia mondiale delle donne, il diritto alla salute e i brevetti sui farmaci, l’acqua pubblica, agricoltura e sovranità alimentare, pace e disarmo solo alcune delle tematiche, che si riveleranno profetiche, al centro delle riflessioni e proposte del movimento credeva che un altro mondo fosse possibile.

Le basi del movimento altermondialista

Quel movimento altermondialista, definizione più giusta di “movimento noglobal” e che ho utilizzato come titolo della mia tesi triennale, nacque però prima.
Tre sono le date fondamentali prima della grande manifestazione di Seattle: nel 1992 si tenne la conferenza di Rio sull’ambiente che vide le pressioni degli ambientalisti, nel 1994 la rivolta zapatista e nel 1995 la sostituzione del GATT con il WTO.
Si arrivò così a Seattle, dove nel 1999 migliaia di dimostranti invasero la città in occasione della conferenza del World Trade Organization (Wto): le autorità cittadine dichiararono il coprifuoco, determinando il fallimento del vertice. Il movimento poi attraversò Praga, città nella quale sempre nello stesso anno ci fu un nuovo incontro del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale e il popolo di Seattle (questo il nome col quale venne identificato all’inizio quel movimento di movimenti) si fece sentire con oltre 9.000 manifestanti. Dal 7 al’9 dicembre si riunì a Nizza il Consiglio europeo, cioè il vertice dei capi di governo dei 15, che i manifestanti contestarono duramente in nome di un’Europa più attenta ai diritti dei deboli. Si arrivò così a Davos al Forum dell’economia mondiale del 2001, durante il quale il presidente statunitense Bill Clinton difese il Wto e lodò la globalizzazione. Il popolo di Seattle si rivoltò ancora una volta. A Marzo, a Napoli, fu la volta del vertice internazionale Global Forum, sotto la regia del ministro Bassanini e in città scoppiò la guerriglia, con più di 20.000 dimostranti.
L’ultima tappa prima del G8 di Genova fu a Goteborg, città nella quale si svolse il Consiglio europeo dove si discusse, tra l’altro, delle misure per salvaguardare l’ambiente. Gli scontri con i manifestanti furono molto duri: la polizia sparò e due ragazzi rimasero feriti, di cui uno in fin di vita.

Questo è stato, a grandi linee, il cammino della protesta di un movimento che non chiedeva niente per sé ma voleva solo giustizia per il mondo intero, sbarcato a Genova con tutta la sua eterogeneità di classi sociali mobilitate, sfumature politiche, di modalità di azione.

E ovviamente non possiamo parlare di quel movimento senza citare il grande momento di proposta, il Forum Mondiale di Porto Alegre del 2001. Organizzato in una città del Brasile che allora sperimentava una forma nuova di democrazia partecipativa, la prima a sperimentare il bilancio partecipativo cioè la possibilità da parte dei cittadini riuniti in assemblee di decidere la destinazione di parte del bilancio comunale. Lì si ritrovarono 20.000 persone ogni giorno; 4.702 delegati ufficiali; 165 invitati speciali e 104 relatori in un evento programmatico che si contrappose al Forum Economico Mondiale in programma a Davos più o meno negli stessi giorni. E basta guardare il programma dei lavori per capire quanto le domande che si poneva allora quel movimento fossero premonitrici e quanto siano ancora attuali:

  • La produzione di ricchezze e la riproduzione sociale
  • Come costruire un sistema di produzione di beni e servizi per tutti?
  • Quale commercio internazionale vogliamo?
  • Che sistema finanziario è necessario per assicurare uguaglianza e sviluppo?
  • Come garantire le molteplici funzioni della terra?
  • L’accesso alle ricchezze e la sostenibilità
  • Come tradurre lo sviluppo scientifico in sviluppo umano?
  • Come garantire il carattere pubblico dei beni comuni all’umanità, la sua
  • Come promuovere l’universalità dei diritti umani e assicurare la distribuzione delle ricchezze?
  • Come costruire città sostenibili?
  • L’affermazione della società civile e degli spazi pubblici
  • Come rafforzare la capacità di azione delle società civili e la costruzione dello spazio pubblico?
  • Come assicurare il diritto all’informazione e alla democratizzazione dei mezzi di comunicazione?
  • Quali i limiti e le possibilità della cittadinanza planetaria?
  • Come garantire le identità culturali e proteggere la creazione artistica dalla mercantilizzazione?
  • Potere politico ed etica nella nuova società
  • Quali sono i fondamenti della democrazia e di un muovo potere?
  • Come democratizzare il potere mondiale?
  • Qual è il futuro degli Stati-Nazioni?
  • Come mediare i conflitti e costruire la pace?

Genova nasce da questo percorso, non dal nulla.

Ma torniamo a quelle giornate di metà luglio. La prima, importante manifestazione di piazza è il corteo dei migranti, che si tiene giovedì 19 luglio. È una rivendicazione della libertà di movimento e si svolge senza alcun incidente.

Venerdì 20 luglio è in programma il corteo organizzato dai “Disobbedienti”, capeggiato dai centri sociali. Il corteo è autorizzato dalla questura per un percorso che dallo stadio Carlini conduce nei pressi della “zona rossa”, l’area del centro storico resa inaccessibile per proteggere il vertice in corso a Palazzo Ducale. Il corteo, nel primo pomeriggio, viene improvvisamente caricato all’altezza di via Tolemaide da un contingente dei carabinieri; la reazione dei manifestanti dà il via a incidenti di piazza che sfociano, intorno alle 17:25 in piazza Alimonda, nell’omicidio di Carlo Giuliani, un ragazzo di 23 anni, raggiunto alla testa da un colpo di pistola sparato da un carabiniere.

Sabato 21 luglio è il giorno del grande corteo conclusivo, organizzato dal Genoa Social forum. Sul lungomare la polizia carica i manifestanti e spezza il corteo. Vi sono pestaggi, numerosi fermi, episodi di autentica caccia all’uomo. La sera verso mezzanotte un contingente della polizia fa irruzione alla scuola Diaz-Pertini, sede di un dormitorio allestito dal Gsf, proprio di fronte al centro stampa utilizzato dai portavoce del movimento.
È un blitz sanguinoso: delle 93 persone arrestate con l’accusa di associazione a delinquere, resistenza a pubblico ufficiale e porto d’armi, più di 60 sono condotte in ospedale. Gli arrestati – tranne chi è trattenuto in ospedale per ordine dei medici – sono condotti nella caserma di polizia di Bolzaneto, utilizzata come ufficio matricola dei fermati. Molti degli arrestati passati per Bolzaneto denunceranno soprusi e maltrattamenti.

Il primo appuntamento per il movimento dopo Genova fu il Social Forum Europeo a Firenze. Saranno 5 giorni di dibattiti su pace, esclusione sociale, alimentazione e l’incontro tra la CGIL di Epifani e il movimento; ma anche di azioni di protesta quali ad esempio l’occupazione dell’azienda che fornisce i mezzi con i quali Israele abbatte le case dei palestinesi e la manifestazione contro le basi militari davanti a Camp Darby. L’evento si concluse con la manifestazione oceanica, i numeri ballano tra i 500.000 e il 1.000.000 di partecipanti, contro la preannunciata guerra in Iraq.

Cosa resta di Genova?

Di quei giorni, di quella gestione dell’ordine pubblico, tanto si è detto e quindi non tornerò a lungo sull’argomento. Penso che 2 siano le definizioni più significative, quella dell’allora vicequestore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma Michelangelo Fournier che del comportamento delle forze dell’ordine alla Diaz disse “Sembrava una macelleria messicana” e quella di Amnesty International che ha definito gli eventi di quei giorni “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”.

Non son un complottista, quindi non griderò al complotto. Penso però che in quegli anni si definì a un qualche livello una strategia di annichilimento di quel movimento, pericoloso soprattutto per i suoi contenuti rivoluzionari e per la sua grande capacità di mobilitazione di ampie fette della popolazione mondiale, una strategia che comprendeva un utilizzo della forza che andava molto al di là del mantenimento dell’ordine pubblico, sfociando a Bolzaneto in tortura. Questa strategia coinvolse i media che molto prima dell’inizio delle proteste parteciparono alla costruzione di un’atmosfera pesante, una tensione crescente. Un clima creato attraverso la ripetizione di titoli richiamanti violenza, scontri e intimidazioni. I segnali di un potenziale disastro c’erano tutti: la scelta della sede, la decisione di “fortificare” la città e dividerla in zone, l’arrivo di reparti scelti della polizia.

Operazioni che anche all’epoca sembravano anticipare una guerra, non un incontro fra potenti della Terra.

Scorrendo le pagine dei giornali nei giorni che precedettero il G8 si trovano numerosi titoli, articoli ed editoriali che si concentravano sul rischio di scontri. Si era iniziato con largo anticipo: il 20 maggio 2001 i giornali pubblicarono un’allerta dei servizi segreti sulla possibilità che i manifestanti si stessero organizzando per lanciare sangue infetto contro le forze dell’ordine. Un clima di attesa e tensione che raggiunse l’apice il tra il 17 e il 19 luglio, quando tutte le principali testate descrissero Genova come una città in preda al terrore: «Genova, scatta un allarme ogni ora: “Sembra di vivere in un film”», così titola un articolo del Corriere della Sera del 17 luglio, mentre nei giorni successivi si susseguono notizie di continui allarmi bomba che portano alla stesura di titoli eloquenti come «Vigilia di bombe per il vertice di Genova» su La Stampa, «Bombe a catena in tutta Italia» sul Corriere.

La psicosi per gli attacchi bomba fu causata dalla spedizione di alcuni pacchi esplosivi e lettere incendiarie recapitati in giro per l’Italia che ferirono un carabiniere in una caserma a Genova e la segretaria del giornalista Emilio Fede. In seguito a questi avvenimenti, come riportato da Repubblica il 17 luglio, vennero messe in atto una serie di perquisizioni nei centri sociali delle città italiane.
Intenzionalmente o meno, venne messa in atto una strategia del terrore che lasciò il segno nell’animo del Paese. A Genova l’aria non fu di semplice protesta contro la globalizzazione neoliberista, ma la viglia di una possibile guerra. I risultati furono conseguenti.

Le ragioni di quel movimento sono valide oggi più di allora: c’è sempre più bisogno di una società che difenda la vita di tutti a prescindere dal passaporto, che favorisca lo sviluppo sostenibile con un’equa distribuzione delle risorse, che metta le persone prima del profitto e le famiglie prima delle aziende, che difenda i diritti dei lavoratori nati dalle lotte del novecento, che tuteli l’ambiente come preziosa infrastruttura biologica indispensabile alla vita di tutto e tutti.

Quelle ragioni sono state raccolte dai giovani di “Friday for future”, dal volontariato internazionale, dalle ONG che salvano vite umane con le “ambulanze del mare” che qualcuno chiama taxi, da tutte le persone di buona volontà che ogni giorno si impegnano per costruire un mondo migliore a partire dal proprio quartiere.

Come dice una canzone dei Linea 77 “avevate ragione voi”.

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